Libere di (non) lavorare…Free (not) to work

Nella lotta per ottenere il diritto al lavoro abbiamo perso un diritto altrettanto sacrosanto, quello di preservare anche la possibilità di non lavorare: il diritto al NON lavoro. Ed è la stessa concezione di lavoro ad essere stata completamente stravolta nell’ultimo decennio – vittima della crisi economica e della globalizzazione quanto lo siamo stati noi cittadini di questo mondo. Stiamo assistendo alla mercificazione del lavoro anche nelle società evolute ed apparentemente democratiche come quelle dell’Occidente. Nella nostra cultura, il lavoro per un certo periodo ha rappresentato anche la possibilità per ognuno di esprimere le proprie attitudini e le proprie inclinazioni, e potenzialmente in questo modo il singolo ha avuto la possibilità di portare il proprio apporto alla società, contribuendo al suo sviluppo e contemporaneamente al miglioramento della qualità della propria vita e della propria famiglia, per chi sceglieva di farsene una. Nella nostra Italia del secondo dopoguerra per molti lavorare mezzo , grazie alle proprie caratteristiche, doti e capacità personali – evolutesi nel tempo nella professionalità e nell’ eccellenza che ancora oggi ci vengono riconosciute in diversi campi, dalla moda all’artigianato – di realizzazione dei propri desideri e delle proprie necessità. Lavoro era anche sinonimo di ascensore sociale. Oggi per molti di noi il lavoro si è trasformato in mera necessità, per alcuni è divenuto mezzo lecito di guadagno illecito attraverso la sfruttamento dell’altro (basti pensare a ciò che sta dietro al crack finanziario ed alla bolla immobiliare).

Per i giovani della mia generazione (quella degli anni ’70) quello del lavoro è un sistema che ti sfrutta e ti schiaccia senza lasciarti né l’indipendenza economica per emanciparti dal nucleo famigliare d’origine (e se provi a farlo ti trasforma direttamente in povero senza passare dal via) né alcuna prospettiva di fronte al futuro, sotto tutti gli aspetti. Se ad un giovane togli il futuro ed ogni possibilità di costruirselo, che cosa gli rimane? Viviamo costretti in un eterno presente che è sempre più vicino al Purgatorio dantesco, dove espiamo colpe che non sono le nostre. E le donne? Le donne stanno ancora combattendo contro un vecchio sistema che oramai neanche esiste più e non solo non hanno avuto il tempo di vincere alcune importanti battaglie (equiparazione degli stipendi a quelli degli uomini; superamento e regolamentazione della discriminazione per essere madri – nel caso si abbiano già dei figli – o per avere ancora degli ovuli fertili nel caso non se ne abbiano) ma sono già, come spesso accade, le prime vittime del nuovo sistema. No, non siamo affatto libere di non lavorare: o anche quando la nostra è una scelta stiamo a casa pagando il prezzo della dipendenza economica, o siamo troppo qualificate e quindi costrette ad accettare impieghi al di sotto delle nostre reali capacità e del ruolo che ci competerebbe come ritorno per gli anni di studio e di sacrificio per raggiungere degli obiettivi che ci sono stati spacciati come raggiungibili, oppure siamo, in ogni caso, troppo fertili per poter lavorare.

Fighting to obtain the right to work we lost along the way another right, altrettanto important, the one to preserve the chance not to work: the right to say no to work. It is the conception of work itself which has been completely stravolta in the last ten years – victim of the economic crisis and the globalization as we, citizens of this world, are. We are witness of the mercificazione of work even in the evoluted and apparently democratic Countries of the West. In our culture, working for a certain period of time represented the possibility for every single person to express their attitudini ed inclinazioni too, and potentially this way to be given the real/concrete chance to give their own support to the society-contributing to its development and at the same time migliorando the quality of their life and of their own family, if they decided to have one. In Italy, after the second world war, for many people working has been a tool, thanks to personal doti, capacità and characteristics ( which became professionalità and excellence still riconosciute in many fields, such as fashion and handmade artcrafts) which led to realization of personal dreams and needs. Work was also synonym of social lift. Nowadays working transformed itself into a mere necessity for too many of us, for some others became a legal way to illegal guadagno throughout the sfruttamento dell’altro (just think about what’s behind the recent financial crack and immobiliare bubble). To young people of my generation (70’s) the one of working is a business which sfrutta and schiaccia you not even giving you back the economic independence to emancipate from your nucleo famigliare di origine, and if you are so fool to try to you’ll get straight away to the fascia sociale of poverty. We are impossibilitati not to see any prospective of future whatsoever. If you take away from young people the future and any chance to build it, what’s left to them? We are stuck in a constant present, closer and closer to Dante’s Purgatory, where we are paying espiando guilts which are not ours. What about women? They are still fighting against an old system which doesn’t even exixt anymore. And not only they didn’t had the time to win some crucial old battles (equiparation of pay; superamento of the discrimination of being mothers when they do have children and the one of holding still some fertile eggs in the case they don’t have them), they also became the first victims of a new system. No, we are not free not to work, either we pay the choice of staying home with economic dependence either we are over qualified and forced to accept roles behind our real competences and say goodbye to the mirage of having the right to have back what we gave in terms of study and sacrifices through the years of our youth. Otherwise, anyway, we are too fertile to work.

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